25 Aprile 2010
‘U stagninu o stagnaru, che girava le vie del paese per vendere pentole e tegami e riparare con lo stagno quelli bucati, oggi non esiste più, ma in passato era un artigiano, che ha rivestito grande importanza e la cui bravura era riconosciuta da tutti.
Lo stagnino, infatti, produceva e riparava (cunzava), una ricca serie d’oggetti d’uso domestico e di contenitori vari, in zinco o in rame, riuscendo a soddisfare quei bisogni di cui le famiglie d’allora necessitavano.
La sua officina era costituita da un locale maleodorante, annerito dalla fuliggine, con un tavolo sul quale trovavano posto gli attrezzi necessari al suo lavoro: grandi forbici per tagliare i fogli di lamiera, tenaglie, barrette di una lega di stagno e piombo (per saldature dolci) e di una lega di zinco rame e piombo (per saldature forti), recipiente con l'acido per la pulitura degli oggetti, forgia a carbone, saldatoio per fondere lo stagno ed applicarlo dove era necessario. Quest’ultimo arnese aveva la forma di un martello di ferro, con la parte finale del manico in materiale termoisolante, in considerazione del fatto che la parte metallica veniva immersa nella brace incandescente della forgia.

Stagnari al lavoro
Non mancavano l’incudine e martelli di legno e di ferro di varie dimensioni, per piegare la lamiera utilizzata nella realizzazione dei vari oggetti o per sagomare i rattoppi, mentre alle pareti erano fissate le tavole sulle quali veniva riposta la merce in vendita. Il lavoro dello stagnino consisteva, dunque, nella realizzazione in lamiera zincata di lanceddi, quartari e quartareddi (recipienti di piccola o media capacità in lamiera a due manici e bocca larga da usare nelle abitazioni come contenitori per l‘acqua o altri liquidi), cati (secchi), ugglieri (oliere, contenitori per l’olio), pignati (pentole), cassaroli (casseruole), tajani (tegami), firsuri o frissuri o padeddi (padelle), canaletti e cannalati (grondaie e pluviali) oltre che nella riparazione, mediante saldature a stagno, di tutti quegli oggetti che, con l’uso, si bucavano o si rompevano.
Alcuni di questi oggetti (pentolame) venivano prodotti anche in rame zincato, così come i tangini o vrascieri (scaldini), mentre erano di rame rosso i quadari, grossi pentoloni, che servivano per bollire il bucato prima di trattarlo con cenere e sapone.
Per realizzare una quadara, lo stagnino cominciava col mettere il rame sul fuoco per fonderlo e, appena fuso, versarlo in appositi stampi. Non appena iniziava a solidificarsi, lo batteva col maglio, poi lo rimetteva sul fuoco e, di nuovo, lo batteva col maglio per assottigliarlo.
Dopo diversi di questi passaggi dalla fiamma alla martellatura, per modellare il rame e renderlo meno malleabile indurendolo, dal blocco iniziale otteneva l'oggetto grezzo, al quale dava forma cilindrica, saldando i bordi tra loro, quindi, lo rimetteva per alcuni minuti nella fucina, per aumentare la resistenza della parte saldata.
Quando il cilindro aveva finalmente assunto lo spessore e la forma voluti, procedeva all’inserimento del fondo, mediante saldatura e all’applicazione dei manici, che fissava servendosi di chiodi passanti attraverso fori praticati col punteruolo.
Prima ancora di attaccare i manici, capovolgeva la quadara sopra un paletto di ferro piantato a terra e martellava tutto, per dare maggior resistenza all’oggetto: con colpi precisi e ritmati di martello, provocava delle ammaccature, poste in modo circolare, tutte uguali e precise e, solo dopo, passava alla pulitura della quadara, strofinandola con una soluzione di salnitro, che permetteva al rame di mantenere il colore rosso dorato, anche dopo il suo utilizzo sul fuoco.
A questo punto il lavoro poteva dirsi ultimato.
Martellatura della quadara sul paletto Un’operazione necessaria per poter utilizzare le suppellettili di rame e che richiedeva molta destrezza, era la stagnatura finale che impediva il contatto diretto tra il rame e il cibo durante la cottura ed evitava il rilascio degli ossidi dannosi.

Lo stagno, infatti, creava un sicuro isolante, ma doveva essere puro al cento per cento per non essere tossico a sua volta e doveva essere dato in maniera uniforme, per non creare strati troppo alti o troppo sottili e non lasciare grumi o zone scoperte.
Da qui, prende nome il mestiere dello stagnino, mestiere che veniva trasmesso di padre in figlio, insieme alle tecniche del processo lavorativo e agli attrezzi di lavoro.
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